Architettura e sociologia a confronto sul tema della città: questo il filo conduttore del primo di una ricca serie di eventi organizzati per festeggiare il 50°Anniversario dell’Ordine Architetti di Varese. Mercoledì 25 Gennaio, a Villa Panza, un folto pubblico ha accolto i protagonisti del  dibattito, due illustri relatori, un architetto di fama internazionale, Mario Botta e un altrettanto noto sociologo e antropologo, Paolo Perulli.
A ritmare la conversazione, il direttore di Rete 55, Matteo Inzaghi.
Dopo l’intervento del Presidente dell’Ordine, Laura Gianetti, soddisfatta nel vedere l’ampia partecipazione anche di molti non ‘addetti ai lavori’, Matteo Inzaghi ha lanciato numerosi spunti per una poliedrica riflessione sul tema della città, prendendo le mosse da un capolavoro della letteratura italiana, “Le città invisibili” di Italo Calvino. Due i concetti che il moderatore estrapola dai racconti sulle città immaginarie descritte dallo scrittore, il centro storico funzionalità dei segni, elementi da cui prende avvio un’animata conversazione tra i due Professori.


Primo a prendere la parola, Mario Botta che, dopo aver ringraziato l’Ordine Architetti di Varese e aver salutato la Contessa Panza, presente in sala, introduce la sua riflessione definendo la città quale forma più evoluta di associazione umana al mondo. Ed in particolare, il centro storico di ogni città, secondo Botta, è “l’espressione delle città estinte” poiché, nelle sue stratificazioni, rivela dirette testimonianze del passato.  I centri storici a cui fa riferimento il Professore sono soprattutto quelli europei, che non rispondono per forza alle esigenze tecniche e funzionali, ma che sono territorio di memoria di cui abbiamo bisogno. Il centro, così come il limite, sono le costanti che una città deve mantenere, per essere tale e per non rischiare di diventare un continuum di agglomerazioni.
Anche il Professor Paolo Perulli ribadisce l’importanza del centro storico quale fulcro per l’orientamento, ma spiega come le nostre città si stiano sempre più modificando, a causa dell’aumentare della  mobilità delle persone: il fenomeno dello spread out, delle città diffuse, che caratterizza le metropoli americane, sta contagiando anche le città europee che, secondo Perulli, non possono rimanere statiche, ma devono necessariamente adeguarsi ai cambiamenti degli abitanti. “Il nostro lavoro”, spiega il Professore, “è di creare ponti, relazioni umane, per facilitare la convivenza e per costruire un tessuto”.


La parola torna a Mario Botta: il Professore individua nella questione sollevata da Perulli un punto di vista sociologico, di chi legge la città come una rete di connessioni, una visione differente da quella dell’architetto, chiamato, invece, ad organizzare lo spazio della città, migliorandone la qualità fisica, attraverso la stratificazione. Secondo l’architetto, non si può certo prescindere dalla mobilità che esiste a tutti gli effetti, ma è necessario anzitutto riconoscere la città come punto di riferimento di una cultura, di una tradizione, di un’identità. Se le grandi megalopoli come Shanghai, sconfinate, illimitate e in continua crescita, sono costruite sul modello americano, città come Gerusalemme colpiscono, invece,  proprio per il loro forte e chiaro “limite”, in questo caso  dettato dal deserto. “Quella di Gerusalemme”,spiega Botta, “è una vera e propria conquista del territorio oltre il deserto”. Anche le differenze, all’interno di un’unica città, se strutturate, possono trasformarsi in una ricchezza unica, ma sempre all’interno di limiti ben definiti. Altrimenti, il rischio è di abitare in città labirintiche, senza orientamento.


Il Professor Perulli, partendo dalla questione sollevata da Botta, parla di “convivenza delle differenza all’interno delle città”: persino nell’etimologia stessa della parola polis sono presenti i concetti opposti, come stabilità e mobilità, pienezza e pluralità. Una convivenza di elementi antitetici che spesso, aggiunge Perulli, può determinare dei conflitti.
E a proposito di conflitti, secondo Botta, non si può nascondere la confusione che spesso regna nelle città,  ma è necessario che qualcuno la coordini. E l’architetto è colui che meglio può svolgere questa funzione.
Un acceso e vivace dibattito, dunque, ha caratterizzato l’incontro tra Botta e Perulli, un colloquio costruttivo, che ha stimolato anche i presenti: molte sono state infatti le domande rivolte ai relatori dal pubblico alla fine dell’incontro, molte le riflessioni sulla città di Varese, sul suo passato, presente e futuro.E un solo rammarico,quello espresso da Botta per le occasioni mancate, un velo di malinconia nel riconoscere che troppo raramente il grande potenziale dell’umanità viene messo a frutto dall’architettura per lasciare delle testimonianze delle nostre generazioni.
Perché, conclude Botta, “lasciare un segno del proprio tempo è un’ambizione più che legittima”.

 

INCONTRO BOTTA ...
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NCONTRO BOTTA P...
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